LE FONTI DI FINANZIAMENTO

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Autore: Luigi Brusa

Quando, nel linguaggio aziendale, si parla di fonti di finanziamento, ci si riferisce innanzitutto alle due grandi categorie di finanziatori dell’impresa:

Le fonti di finanziamento

Questa distinzione, immediata ed essenziale, richiede tuttavia importanti puntualizzazioni e integrazioni.

La loro fotografia nel bilancio

La nozione di fonti di finanziamento trova la sua rappresentazione più compiuta nel bilancio d’esercizio, composto da tre parti:

  • il conto economico;
  • lo stato patrimoniale;
  • il rendiconto finanziario (o prospetto dei flussi finanziari).

La composizione e l’entità delle due categorie di fonti di finanziamento sono evidenziate con immediatezza nello stato patrimoniale, nella sezione del passivo, che più precisamente contiene le passività (debiti verso terzi) e il patrimonio netto (o capitale proprio).

Un esempio semplificato

Il seguente esempio di stato patrimoniale mette in luce la collocazione delle fonti di finanziamento.

Esempio tabella fonti finanziamento stato patrimoniale

La rappresentazione delle fonti di finanziamento nello stato patrimoniale dà una fotografia ad una certa data (di solito il 31 dicembre di un certo anno) della composizione e dell’ammontare delle fonti di finanziamento.

Solidità patrimoniale

Questa fotografia è della massima importanza per formulare un giudizio immediato sulla cosiddetta solidità patrimoniale dell’azienda, vale a dire il possesso di mezzi propri consistenti, tali da ridurre il rischio dell’eccessivo indebitamento, che potrebbe mettere in crisi l’azienda nel lungo periodo.

La solidità patrimoniale si misura calcolando un indice come quello di autonomia finanziaria, dato da:

Formula per il calcolo dell'indice di autonomia finanziaria

Nel nostro esempio l’indice di autonomia finanziaria è pari a 3.000/7.200, cioè al 42%, livello al di sotto di quello teorico ottimale (50%, cioè metà di capitale proprio e metà di capitale di terzi), ma al di sopra della media delle imprese italiane.

Analisi del capitale proprio e del capitale di terzi

Come si vede dall’esempio di stato patrimoniale, il capitale di terzi (debiti) viene distinto nelle due categorie dei debiti a medio-lungo termine e a breve termine. Il criterio alla base della distinzione sta nel tempo occorrente per estinguere il debito, che per convenzione è superiore a 1 anno per i primi e inferiore a 1 anno per i secondi.

Tale distinzione è importante, perché i debiti a medio-lungo termine, insieme con il capitale proprio, dovrebbero finanziare gli investimenti che compaiono nell’attivo sotto la voce capitale immobilizzato, mentre i debiti a breve termine dovrebbero coprire i fabbisogni di capitale circolante.

Dal canto suo, il capitale proprio è distinguibile in varie voci, riconducibili alle due grandi categorie del capitale sociale e delle riserve.

Mentre il capitale sociale corrisponde agli apporti di mezzi finanziari del titolare o dei soci, le riserve possono derivare da utili d’esercizio non distribuiti, oppure dal sovrapprezzo pagato all’emissione di azioni, o da altre cause ancora (ad esempio rivalutazioni di elementi dell’attivo).

Trattandosi di una forma di finanziamento senza scadenza (a differenza dei debiti), il capitale proprio viene annoverato tra i finanziamenti a lungo termine.

Un’altra importante distinzione, nell’ambito del capitale di terzi, è quella tra:

  • debiti di prestito;
  • debiti di regolamento;

Mentre i debiti di prestito corrispondono all’erogazione di una somma da parte dei terzi finanziatori (banche, obbligazionisti, ecc.), i debiti di regolamento derivano dall’acquisto di fattori produttivi (materie prime, servizi, immobilizzazioni tecniche, ecc.) con dilazione di pagamento concessa dal fornitore.

Quindi l’impresa acquirente non riceve una somma di denaro, bensì il diritto di pagare il proprio debito dopo un certo periodo di tempo (30, 60, 90 giorni, ecc.).

Questa distinzione si sovrappone all’incirca ad un’altra, molto usata in ambito aziendale e bancario, vale a dire:

  • passività finanziarie;
  • passività non finanziarie o operative.

Questo modo di analizzare le fonti di finanziamento da terzi è necessario quando si determina una grandezza ritenuta spesso fondamentale per apprezzare l’equilibrio finanziario di un’impresa, cioè la posizione finanziaria netta (PFN). Quest’ultima è data dalla differenza: passività finanziarie  – attività finanziarie (cassa, c/c bancario attivo, crediti finanziari vari).

Fonti di finanziamento e la dinamica finanziaria della gestione

Per cogliere pienamente come le varie fonti contribuiscono a coprire le esigenze finanziarie della gestione, occorre affiancare alla rappresentazione statica (lo stato patrimoniale) anche quella dinamica dei flussi finanziari durante un certo periodo di tempo (sostanzialmente tra due stati patrimoniali successivi).

Per fare ciò, si deve fare riferimento al conto economico (dinamica economica, cioè dei ricavi e dei costi) e al prospetto dei flussi finanziari (dinamica finanziaria, cioè delle entrate e delle uscite).

Qui non ci addentriamo nella problematica contabile sottostante a questi due documenti del bilancio, ma ci limitiamo a fare alcune osservazioni essenziali.

Nel corso di un certo periodo amministrativo l’impresa acquista fattori produttivi ad immediato utilizzo (es. materie prime, servizi, prestazioni lavorative, ecc.) o ad utilizzo differito (macchinari, impianti, ecc.), la cui fatturazione comporta il sorgere di un debito, con successivo pagamento. Inoltre, deve rimborsare debiti verso banche, mutui, e così via.

Per provvedere a tali esigenze, la prima e fondamentale fonte di finanziamento è quella che proviene da fonti interne, cioè dalla gestione stessa, e precisamente dalla vendita di prodotti e dai corrispondenti ricavi (per i quali sorge un credito, con successivo incasso).

Tale fonte si chiama autofinanziamento, che nella sua accezione più immediata e semplificata è dato da:

Formula Autofinanziamento

Questa formula semplificata si giustifica pensando che il reddito netto deriva dalla differenza tra ricavi e costi, che comportano incassi e pagamenti, tranne la quota di ammortamento di costi pluriennali (e alcune altre voci), la cui uscita monetaria è avvenuta in passato.

A volte tale grandezza viene chiamata cash flow (cioè flusso di mezzi liquidi prodotti dalla gestione). In realtà, espresso così è più precisamente un cash flow potenziale, ma qui interessa solo sottolineare che in una visione dinamica della gestione la prima fonte a cui si ricorre sono i mezzi prodotti internamente, a cui si affiancano i finanziamenti di terzi e gli apporti di capitale dei soci.

Per completezza, occorre osservare che alle tre fonti di finanziamento menzionate a livello di dinamica finanziaria della gestione bisogna aggiungere una quarta categoria, vale a dire i disinvestimenti di attività, siano esse capitale fisso o capitale circolante. Ad esempio, la vendita di un fabbricato o di partecipazioni in altre società.

In definitiva, il rendiconto finanziario o prospetto dei flussi finanziari, mette in luce quattro grandi categorie di finanziamenti a cui può accedere l’azienda:

  • autofinanziamento;
  • apporto di capitale da parte del titolare o dei soci;
  • finanziamenti di terzi con vincolo di debito;
  • disinvestimenti di elementi attivi del patrimonio.

Tutto interessante, ma … in pratica come si fa?

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Autore Luigi Brusa

Luigi Brusa

Autore di numerosi testi sui sistemi di controllo e professore emerito presso Università degli Studi di Torino.

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